C’è una promessa che, diventando genitori, molte persone fanno a se stesse.
A volte viene detta ad alta voce. Altre volte resta silenziosa, ma guida scelte, gesti, decisioni quotidiane.
Io farò diversamente.
Non sarò come mia madre.
Non sarò come mio padre.
A mio figlio non farò vivere quello che ho vissuto io.
È una promessa comprensibile.
Spesso nasce da un desiderio profondo di protezione. Dal bisogno di interrompere qualcosa che abbiamo sentito come una mancanza, un peso, un’invasione, un’assenza, un confine troppo stretto o troppo fragile.
Ma è davvero possibile ricominciare da zero?
Nel mio lavoro incontro spesso questo passaggio: persone che desiderano non ripetere la propria storia familiare, ma che a un certo punto si accorgono che fare il contrario non significa necessariamente essere liberi.
Perché l’identità di genitore non nasce dal nulla. Si costruisce sempre anche a partire da chi ci ha cresciuto.
A volte attraverso quello che abbiamo ricevuto o, al contrario, attraverso quello che ci è mancato.
A volte proprio attraverso quello da cui abbiamo cercato, con tutte le forze, di prendere le distanze.
Ed è spesso lì, nel tentativo di non assomigliare, che la storia familiare continua a parlarci.
Non sempre sotto forma di ricordi chiari. Più spesso attraverso automatismi, reazioni, frasi che escono dalla bocca prima ancora di pensarle, ansie sproporzionate, rigidità improvvise, bisogni di controllo, difficoltà a tollerare il pianto, la frustrazione, la separazione.
Capita di sorprendersi a dire una frase che diceva nostra madre, pur avendo giurato di non farlo mai.
Capita di non riuscire a mettere un limite perché abbiamo sofferto troppi limiti.
Di voler essere sempre disponibili perché da bambini ci siamo sentiti soli o di proteggere così tanto un figlio da non accorgerci che, forse, stiamo proteggendo anche una parte antica di noi.
Negli anni ho compreso davvero che la nostra identità di madri e padri si costruisce spesso attraverso tre movimenti.
Il primo è l’imitazione.
Ripetiamo gesti, frasi, modi di fare che abbiamo conosciuto. A volte perché li riconosciamo come buoni. Altre volte perché sono semplicemente i più familiari, quelli che il corpo conosce prima ancora che la mente li scelga.
Il secondo è l’opposizione.
Cerchiamo di essere l’esatto contrario dei nostri genitori. Dove loro erano rigidi, diventiamo morbidi. Dove erano assenti, diventiamo iperpresenti. Dove erano severi, evitiamo ogni conflitto. Dove hanno controllato, lasciamo andare tutto.
Ma reagire a qualcosa, anche reagire con tutte le forze, è ancora un modo di restarci legati.
Il terzo è la riparazione.
Cerchiamo di dare ai nostri figli ciò che a noi è mancato profondamente: ascolto, libertà, presenza, protezione, fiducia, tenerezza.
La riparazione può essere un movimento prezioso.
Ma può diventare anche un nuovo incastro, quando il figlio reale viene confuso con il bambino che siamo stati.
Allora non stiamo più soltanto rispondendo a lui.
Stiamo cercando di consolare, riscattare o salvare una parte della nostra storia.
Nessuno di questi movimenti è, di per sé, un errore.
Sono modi umani di portare un’eredità.
Modi attraverso cui la mente prova a dare forma a qualcosa che non sempre ha trovato parole.
Il problema nasce quando questi movimenti restano invisibili.
Quando pensiamo di scegliere, ma stiamo solo reagendo.
Quando crediamo di essere liberi, ma siamo ancora dentro un copione.
Quando diciamo “io sono diverso”, ma quella differenza continua a essere organizzata intorno alla stessa ferita.
L’attesa di un figlio, la gravidanza e i primi tempi dopo la nascita sono momenti particolarmente sensibili.
Non perché tutto debba diventare fragile o problematico, ma perché la genitorialità riattiva parti profonde della nostra storia. Rimette in movimento memorie, aspettative, paure, immagini interiori di madre, padre, figlio, cura, protezione, dipendenza, separazione.
Quello che la ricerca sull’attaccamento chiama trasmissione intergenerazionale non riguarda solo ciò che è accaduto nella nostra infanzia, ma il modo in cui quella storia è stata pensata, raccontata, integrata.
Non è necessario aver avuto genitori perfetti, né una storia familiare lineare, per poter costruire legami sufficientemente sicuri.
È però importante poter guardare quella storia.
Darle un posto.
Riconoscere cosa continua ad agire dentro di noi.
Andare oltre la ricerca dei colpevoli.
Questo punto, per me, è essenziale.
Lavorare sulla storia familiare non significa fare un processo ai propri genitori. Non significa stabilire chi ha sbagliato, chi ha avuto ragione, chi ha dato troppo o troppo poco.
Significa piuttosto iniziare a distinguere.
Cosa ho ricevuto e desidero tenere?
Cosa mi è mancato e continuo a cercare?
Cosa sto cercando di riparare attraverso mio figlio?
Cosa sto facendo davvero per lui, e cosa invece sto facendo per la bambina o il bambino che sono stata?
Sono domande delicate.
A volte scomode.
Ma possono aprire uno spazio di libertà molto concreto.
Perché non diventiamo liberi dalla nostra storia cancellandola.
E non diventiamo liberi nemmeno facendo semplicemente il contrario.
Conquistiamo una crescente liberà quando possiamo riconoscere da dove veniamo, quali voci continuiamo a portarci dentro, quali ci hanno protetto, quali oggi ci limitano, quali meritano ancora di accompagnarci e quali possiamo finalmente lasciare sullo sfondo.
Nel lavoro psicologico questo può avvenire in molti modi.
A volte attraverso il racconto.
A volte attraverso domande che aiutano a ricostruire passaggi, ruoli, silenzi, fedeltà invisibili.
A volte attraverso “mediatori”, piccoli oggetti, immagini o figure che permettono di vedere la storia familiare da un’altra angolazione; di modificare la propria narrazione abituale.
Quando qualcosa che è rimasto implicito trova una forma, diventa più facile nominarlo.
E quello che possiamo nominare, spesso, smette almeno in parte di guidarci senza che ce ne accorgiamo.
Fare il contrario, allora, non basta.
Non basta promettere che saremo diversi.
Non basta evitare gli errori che abbiamo conosciuto.
Non basta dare ai figli tutto ciò che a noi è mancato.
Può essere un inizio, ma non è ancora una scelta piena.
La scelta comincia quando riusciamo a chiederci non solo da cosa vogliamo allontanarci, ma verso cosa desideriamo andare.
Non solo chi non vogliamo essere.
Ma che tipo di presenza vogliamo costruire.
Per noi.
Per i nostri figli.
E, forse, anche per quella parte della nostra storia che aspetta ancora di essere guardata con più verità e meno paura.
Nel mio lavoro psicologico a Bari e online accompagno anche persone che desiderano esplorare questi passaggi: storia familiare, automatismi relazionali, genitorialità e scelte di vita. Non per cancellare le origini, ma per smettere di esserne guidati senza accorgersene.
Se desideri approfondire questo tipo di lavoro, qui trovi una pagina dedicata al percorso sulla storia familiare e transgenerazionale.


